Trasferimento d'azienda illegittimo: il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dalla cessionaria che dalla cedente

14 maggio 2020

 Con la recente ordinanza del 21 aprile 2020, n. 7977 la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui il lavoratore ha diritto alla retribuzione anche dall’impresa cedente se il trasferimento del ramo d’azienda è dichiarato illecito. È irrilevante, infatti, che la prestazione sia stata eseguita solo nei confronti dell’impresa cessionaria. L’azienda cedente resta comunque obbligata a pagare la retribuzione che si cumula con gli emolumenti versati dal cessionario per l’attività effettivamente prestata.

Nel decidere la questione la Corte di legittimità ha rigettato il ricorso datoriale affermando che soltanto un legittimo trasferimento d’azienda comporta la continuità di un rapporto di lavoro che resta unico e immutato, nei suoi elementi oggettivi, esclusivamente nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all’art. 2112 c.c., il quale, in deroga all’art. 1406 c.c., consente la sostituzione del contraente senza il consenso del ceduto. Il rapporto di lavoro genera diritti e obblighi a carico delle parti. In particolare, per il datore di lavoro l’obbligazione principale è la corresponsione della retribuzione ai lavoratori. La predetta cessa in caso di legittimo trasferimento di ramo d’azienda, in virtù del quale è garantita l’unicità del rapporto di lavoro.

Diversamente, chiarisce la Cassazione, l’irregolarità della cessione determina una duplicazione del rapporto di lavoro, con conseguente permanenza degli obblighi anche retributivi, a carico dell’originario datore di lavoro.

La Corte di Cassazione, ha ribadito che, accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramo d’azienda, abbia instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve ne è un’altra, “giuridicamente resa, non meno rilevante sul piano del diritto, in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure (anche se non de facto, per rifiuto ingiustificato del predetto) ripristinato”. Pertanto, concludono i Giudici di legittimità, ne segue che al dipendente spetta la retribuzione sia se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, sia se il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei suoi confronti, perché, una volta offerta la prestazione lavorativa al datore di lavoro giudizialmente dichiarato tale, il rifiuto di questi rende giuridicamente equiparabile la messa a disposizione delle energie lavorative del dipendente all’utilizzazione effettiva, con la conseguenza che il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare la retribuzione.

L’ordinanza in questione dà inoltre continuità ad altri principi già precedentemente affermati, e che ormai possono definitivamente essere considerati consolidati e, in particolare, alla natura retributiva e non risarcitoria delle prestazioni dovute dall'illegittima cedente del supposto ramo o azienda, a seguito di messa in mora da parte del lavoratore, nonché la non unicità del rapporto ricostituito di diritto dalla sentenza che accerti l'illegittimità della cessione con quello proseguito alle dipendenze della cessionaria, tal per cui sono irrilevanti le vicende estintive che lo possano riguardare, quali dimissioni, licenziamento o risoluzioni consensuali che non prevedano clausole di profittabilità.