I lavoratori esternalizzati hanno diritto alla retribuzione dalla cedente che non ripristina i loro rapporti di lavoro

3 giugno 2019

La Corte d’appello di Roma, con Sentenza n. 2163 del 3 giugno 2019, definendo un’importante causa patrocinata dall’Avv. Riccardo Bolognesi, si è pronunciata nella controversia che aveva generato l’ordinanza di rinvio alla Corte Costituzionale, affermando che i lavoratori esternalizzati, i cui rapporti di lavoro non siano stati ripristinati dalla illegittima cedente di ramo d’azienda, dopo la sentenza che abbia accertato la non ricorrenza dei requisiti di cui all’art. 2112 c.c., hanno diritto a essere da questa retribuiti anche nel caso in cui essi percepiscano pagamenti da parte dell’illegittimo cessionario, poiché la natura retributiva e non risarcitoria rende inapplicabile, ratione materiae, l’istituto della compensatio lucri cum damno.
A tale conclusione è pervenuta la Corte di appello di Roma capitolina dopo che la Corte costituzionale, nel giudizio incidentale discusso a inizio anno dall’Avv. Riccardo Bolognesi, aveva a questa affidato «il compito di rivalutare […] il diritto del lavoratore ceduto, già retribuito dal cessionario, di rivendicare la retribuzione anche nei confronti del cedente».
Il giudice costituzionale, infatti, aveva individuato una «piena convergenza» con quanto statuito, dopo l’ordinanza di rimessione, dalla sentenza Cassazione SS.UU. 2990/2018, che aveva finalmente affermato la «qualificazione retributiva dell’obbligazione del datore di lavoro moroso», il quale fosse rimasto inottemperante all’ordine giudiziale di ripristino del rapporto di lavoro, a seguito di pronuncia che avesse dichiarato inefficace e nulla, per difetto dei requisiti di cui all’art. 2112 c.c., la cessione dei rapporti di lavoro nell’ambito delle cessioni di ramo d’azienda.
Nella sentenza odierna viene pienamente disattesa la tesi secondo la quale la datrice di lavoro cedente, a seguito di sentenza che dichiari inefficace la cessione del ramo, sarebbe tenuta solo al pagamento del cosiddetto “delta” retributivo a titolo risarcitorio, vale a dire al pagamento della differenza tra la retribuzione che si sarebbe percepita se non fosse avvenuta la cessione di ramo e quanto il lavoratore abbia percepito alle dipendenze della cessionaria del ramo d’azienda.
La decisione supera, infatti, anche la prospettazione della cosiddetta duplicazione retributiva, o teoria della “doppia retribuzione”, secondo la quale, anche dopo la sentenza di ripristino, l’illegittimo cedente non sia tenuto al pagamento della retribuzione al lavoratore poiché già retribuito dalla illegittima cessionaria.
L’eccellente Corte di appello di Roma, già capace di riorientare la giurisprudenza della Suprema Corte, afferma che il lavoratore è titolare – suo malgrado – di due rapporti di lavoro e non di uno solo, in conseguenza dell’inerzia e del deliberato inadempimento da parte della cedente, demolendo i presupposti (la pretesa che, dopo una cessione nulla, il rapporto sia “unico”, il medesimo, e così le prestazioni lavorative svolte alle dipendenze della cessionaria) della tesi dell’efficacia liberatoria del pagamento effettuato dalla cessionaria, che presuppone la legittimità della cessione del ramo d’azienda. Ne consegue che, dopo l’accertamento della sua illegittimità, «il cedente resterà comunque obbligato a pagare la retribuzione che si riferisce al suo (diverso) rapporto di lavoro, una volta ripristinato dal giudice che abbia dichiarato la nullità̀ (o l’inefficacia o l’inopponibilità̀) della cessione di ramo d’azienda».
La sentenza dei giudici d’appello dà continuità alla copiosa giurisprudenza che afferma la non unicità del rapporto di lavoro in caso di cessione non genuina d’azienda o suo ramo, ed è l’unica soluzione possibile e coerente con i principi elaborati dalla Suprema Corte con la sentenza SS.UU. 2990/2018 e confermati dalla Corte costituzionale.